agosto 19 2018 0Comment

Le portatrici carniche, eroine sconosciute

Se gli uomini furono gli indiscussi protagonisti della Grande Guerra, a cominciare dai generali più famosi fino ai soldati che si scontrarono al fronte, un ruolo fondamentale per le sorti del conflitto lo ebbero anche le donne, soprattutto quelle figure femminili molto spesso sconosciute oppure passate in secondo piano nei libri di storia: sono le cosiddette “Portatrici carniche”, donne eccezionali di umili origini che con il loro contributo permisero agli Alpini situati sulle Alpi Carniche di mantenere le loro posizioni. Queste donne operarono tra il 1915 e il 1917, sul fronte italo-austriaco della Zona Carnia, trasportando con le loro gerle viveri e munizioni fino alle prime linee italiane dove spesso combattevano i loro uomini. Ma chi erano queste valorose donne? Andiamo a scoprirlo.

La Zona Carnia, nel quale erano dislocati 31 battaglioni, era un territorio a ridosso del confine austriaco, militarmente bipartito nei sotto-settori But-Degano e Fella. Era una zona strategica sia per il Regio Esercito, come possibile via per conquistare la Carinzia subito al di là del passo di Monte Croce Carnico, sia per quello austro-ungarico come porta principale per l’invasione italiana. Montagne contese da entrambi gli schieramenti, asserragliati in trincee scavate nella pietra, quasi completamente isolati dai più vicini centri abitati. Un esercito di così grandi dimensioni necessitava di rifornimenti continui (vettovaglie, munizioni, attrezzatura, medicine) e in zone così impervie, difficili da raggiungere, un rifornimento giornaliero tramite automezzi era praticamente impossibile, anche perché le uniche vie utilizzabili erano perlopiù sentieri e mulattiere percorribili esclusivamente a piedi.
Ciò comportava il trasporto di questi materiali a spalla da fondo valle, dove erano ubicati magazzini e depositi, fino in cima alle Alpi carniche per permettere alle forniture di raggiungere le prime linee. Ma per questo tipo di operazione impiegare i soldati già schierati sul fronte diventava sconveniente perché ciò avrebbe tolto forza ed efficacia all’esercito belligerante. A chi chiedere aiuto allora?
Il Comando Logistico della Zona Carnia e il Genio decisero di lanciare un appello alla popolazione civile composta prevalentemente da anziani, bambini e donne. Furono queste ultime ad assumersi una responsabilità fondamentale; esse accolsero l’appello lanciato, consapevoli o meno dei pericoli che avrebbero corso ma desiderose di dare un aiuto concreto ai mariti, parenti e amici arruolati ed impegnati in trincea. Venne così costituito un Corpo di ausiliarie formato da donne di tutte le età, non arruolate in senso militare, ma distinte da un’autodisciplina esemplare. Non vestivano una divisa, avevano giusto un bracciale rosso con stampato il numero del reparto da cui dipendevano. Anche il loro equipaggiamento era scarno: una gerla, cioè una cesta in vimini intrecciata a forma di cono rovesciato, che riempivano di tutto il necessario e che poteva arrivare a pesare tra i 30 e i 40 kg, e un taccuino su cui venivano annotati i materiali trasportati, i viaggi giornalieri, ecc. L’età di queste valorose donne variava da 15 a 60 anni e nelle emergenze spesso erano affiancate anche da anziani e bambini; se necessario, venivano chiamate ad ogni ora del giorno e della notte.

Le Portatrici carniche (questo il nome loro assegnato e con cui vengono ancora oggi ricordate) avevano ereditato dal loro passato la fatica. Abituate da secoli, a causa dell’estrema povertà di queste zone, ad indossare la “gerla” di casa, con cui trasportavano granturco, fieno, legna, patate e tutto ciò che poteva servire alla casa e alla stalla, ora la mettevano sulle spalle al servizio del Paese impegnato in guerra trasportando granate, cartucce, viveri e altro materiale. Con una disciplina quasi militare queste donne partivano a gruppi di 15, 20 senza guide, imponendosi una tabella di marcia. Dopo aver percorso qualche chilometro in fondo valle, con la gerla carica, cominciavano la scalata alla montagna dirigendosi ogni gruppo verso la linea del fronte; erano marce massacranti, della durata di alcune ore, su dislivelli che arrivavano fino ai 1200 metri e sotto il costante fuoco delle artiglierie nemiche.
I viaggi erano effettuati con qualsiasi condizione atmosferica, all’occorrenza portando ai piedi delle calzature di pezza (i cosiddetti scarpetz) o degli zoccoli in legno che poco aiutavano quando c’era neve. Arrivavano a destinazione stremate dalla disumana fatica, che diventava ancor più pesante d’inverno; scaricavano il materiale, facevano una sosta di pochi minuti per riposare, riferivano ai soldati al fronte le novità dal paese e raccoglievano nelle gerle il vestiario che doveva essere lavato. Si rimettevano poi in marcia per tornare a valle, dove le attendevano la cura della famiglia, nonché la cura della casa e della stalla. Qualche volta, per il viaggio di ritorno veniva chiesto alle portatrici di trasportare a valle, in barella, i militari feriti o quelli caduti in combattimento; i soldati feriti venivano poi portati con le ambulanze negli ospedali da campo mentre i caduti erano seppelliti dalle stesse portatrici nel Cimitero di guerra di Timau. All’alba del giorno dopo si ricominciava con un nuovo “viaggio”. Ogni viaggio veniva compensato con una lira e cinquanta centesimi a viaggio (equivalenti a circa 6.000 lire, ovvero quasi 3 euro), pagate una volta al mese, anche se, va detto, la maggior parte delle portatrici era mossa dall’amor di Patria. Un ulteriore prova di questa dedizione verso la Patria furono gli avvenimenti del 26 e 27 marzo 1916. Durante i violenti attacchi nemici, che portarono alla perdita del Pal Piccolo e alla sua sofferta riconquista, le donne di Timau si offrirono come serventi ai pezzi di artiglieria, chiedendo inoltre di essere armate di fucile; pur non concretizzatosi il loro gesto servì a rincuorare i soldati che combattevano, suscitandone l’ammirato riconoscimento.

Come abbiamo detto prima, le Portatrici carniche, vista la zona in cui operavano, vivevano una situazione di costante pericolo. Sono diverse, infatti, le donne rimaste ferite nel coraggioso adempimento del dovere; tra queste ricordiamo Maria Muser Olivotto, Maria Silverio Matiz di Timau e Rosalia Primus di Cleulis.
Tra le donne portatrici quella più ricordata è Maria Plozner Mentil, donna benvoluta per la bontà d’animo e lo spirito d’altruismo, “anima” e guida trascinatrice delle Portatrici. Madre di quattro bambini e con il marito combattente sul fronte del Carso, il 15 febbraio 1916, si trovava sopra Timau e si concedeva un piccolo riposo dopo aver scaricato la gerla quando venne colpita a morte da un cecchino austriaco appostato a circa 300 metri. Soccorsa, venne trasportata dagli Alpini a valle nell’ospedaletto da campo di Paluzza dove spirò quella stessa notte; aveva solo 32 anni. Ebbe un funerale con gli onori militari, alla presenza di tutte le portatrici, per essere poi sepolta nel cimitero di Paluzza. Il 3 giugno del 1934 la sua salma venne traslata solennemente al cimitero di guerra di Timau e poi definitivamente trasferita nel Tempio Ossario di Timau, accanto ai resti di 1763 caduti sul fronte sovrastante. Nel 1997 il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro conferì alla figlia Dorina, in memoria alla madre, la medaglia d’oro al valor militare
L’ultima portatrice carnica, nata a Bevorchians (Moggio Udinese) il 13 settembre del 1903, operò sui monti della Vall’Aupa. Nel novembre 2005 scomparve all’età di 104 anni.

Concludendo con una riflessione possiamo dire che queste straordinarie donne, quasi dimenticate e molto spesso neanche ricordate, non furono eroine di guerra (o perlomeno, non sapevano di esserlo), bensì persone comuni, del popolo. Erano donne che ogni giorno, con senso del dovere, impegno e la disciplina propri di un vero soldato, partivano per le montagne in aiuto dei soldati per poi quasi a fine giornata rientrare nelle loro case per occuparsi delle faccende quotidiane ovvero figli da allevare, campi da curare e bestiame da accudire. In questi particolari queste donne di montagna si sono rivelate eccezionali nel trovare un equilibrio tra la dimensione domestica del vivere quotidiano e gli orrori della guerra.

Un grazie immenso a queste donne …

marco

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