novembre 29 2017 0Comment

La terza battaglia del fiume Piave

(Foto tratta da archivioirredentista.wordpress.com)

La terza battaglia del Piave (o battaglia di Vittorio Veneto) fu l’ultimo scontro armato tra il Regio Esercito Italiano e l’esercito austro-ungarico, durante la Prima guerra mondiale. La battaglia si combatté nella zona tra il fiume Piave, il Massiccio del Grappa, il Trentino e il Friuli e seguì di pochi mesi la fallita offensiva austriaca del giugno 1918.

Le sfavorevoli condizioni climatiche, caratterizzate da nebbia e pioggia, che colpirono il Veneto nell’ottobre del 1918 avevano costretto Armando Diaz a cambiare il piano iniziale dell’offensiva sul Piave. L’attacco decisivo italiano, fortemente sollecitato dagli Alleati passati all’offensiva generale sul fronte occidentale, avrebbe dovuto iniziare il 24 ottobre 1918, tuttavia a causa di un forte temporale, scatenatosi proprio quel giorno, l’operazione venne rinviata ulteriormente, mettendo in difficoltà sia il generale Gaetano Giardino, stanziato sul Grappa, che il contingente britannico che nella notte del 23 era riuscito ad occupare le Grave di Papadopoli. Il piano iniziale del Comando Supremo prevedeva, al calar della sera del 24 ottobre, il passaggio in forze del Piave dell’8ª, 10ª e 12ª Armata e la costruzione di otto ponti: uno a Vidor, tre nella zona compresa tra Fontana del Buoro e Moriago, uno fra Santa Croce e Falzé , due nei pressi di Nervesa e infine l’ultimo più a sud, nella zona delle Grave. Fin però dal 20 ottobre il fiume era in mezza piena e la pioggia continuava. Nel corso della giornata del 24 ottobre la piena crebbe ancora e la velocità della corrente rese impossibile il passaggio di soldati e la costruzione di altri 12 passaggi; le operazioni dovettero essere momentaneamente sospese in attesa di un miglioramento delle condizioni del fiume.

Finalmente il 26 ottobre, dopo due giorni di immobilità, i soldati della 10ª Armata riuscirono a compiere il passaggio presso le Grave e ad attaccare la prima linea austro-ungarica. Un po’ più a nord, invece, l’8ª e la 12ª Armata iniziarono la costruzione degli altri sette ponti di barche ma la corrente e le bombe asburgiche li distrussero nella notte. Sfruttando la sorpresa e il cedimento dell’11ª Divisione ungherese schierata nel settore, gli italiani, con grande tenacia, riuscirono a consolidare le loro posizioni e al primo mattino del giorno successivo ristabilire il passaggio di Fontana del Buoro e consolidare una seconda testa di ponte tra la “linea dei villaggi”, Mosnigo, Moriago e Sernaglia. Il generale Enrico Caviglia, a capo dell’8ª Armata, si rese conto che gli altri ponti non sarebbero stati ripristinati velocemente e quindi ordinò di utilizzare quello delle Grave; in questo modo il 18° Corpo d’Armata, una volta giunto sulla riva sinistra del Piave, poté puntare direttamente verso Santa Lucia e Conegliano, liberando così la strada ai soldati rimasti bloccati nei pressi di Nervesa e di Priula. Il piano di Diaz stava così riuscendo. L’obiettivo strategico di spezzare in due il fronte austro-ungarico all’altezza della strada che portava a Vittorio Veneto era stato raggiunto. Il generale austriaco Borojevic, intuendo l’aggravarsi della situazione, ordinò ai suoi soldati di ritirarsi verso il fiume Monticano, tra Vittorio Veneto e Motta di Livenza. Il 29 ottobre i reparti pontieri italiani, vista la ridotta attività dell’artiglieria austro-ungarica, poterono allestire due nuovi ponti, a Fontana del Buoro e a valle dei ponti della Priula, la quale permisero agli italiani di trasferire sulla riva sinistra la maggior parte delle truppe e dell’artiglieria pesante. Contemporaneamente, le colonne più avanzate lasciarono alle spalle la riva sinistra del Piave e marciarono verso nord-est.

L’entrata a Trento dei soldati italiani (3 novembre 1918)

La Brigata Piacenza, dopo aver raggiunto dapprima Susegana e in serata Conegliano, alle 10.30 entrò, dopo 17 ore di marcia forzata. a Cozzuolo, uno dei due centri abitati che formano Vittorio Veneto. Nell’esercito austriaco intanto il generale Boroevic riteneva ormai la situazione disperata: tra le truppe si moltiplicavano le defezioni e gli ammutinamenti, ritenendo ormai inutile continuare la guerra; era quindi impossibile continuare la resistenza. Il 30 ottobre la cavalleria dei Lancieri “Firenze” giungeva a Serravalle (il secondo centro abitato di Vittorio Veneto), incontrando ancora piccoli gruppi di soldati austro-ungarici. Per tutta la giornata si registrarono degli scontri tra le truppe italiane, che affluivano sempre più numerose, e quelle asburgiche, rifugiatesi sulle vette circostanti; durante la notte, però, anche queste ultime retroguardie abbandonarono la città veneta. Il 3 novembre 1918, con entrata in vigore dal giorno successivo, venne concluso l’armistizio di Villa Giusti che sancì la fine dell’Impero austro-ungarico e la vittoria dell’Italia nella Grande Guerra.

La battaglia di Vittorio Veneto fu caratterizzata da una fase iniziale duramente combattuta, durante la quale l’esercito austro-ungarico fu ancora in grado di opporre valida resistenza sia sul Piave sia nel settore del Monte Grappa, a cui però seguì un improvviso e irreversibile crollo della difesa, con la progressiva disgregazione dei reparti che di fatto favorirono la rapida avanzata finale dell’esercito italiano fino a Trento e Trieste. C’è da sottolineare che durante i dieci giorni della battaglia l’esercito italiano subì la perdita di 37.461 uomini tra morti, feriti e dispersi mentre secondo altri la cifra di 36.498 perdite. Chi ne uscì distrutto da questa battaglia fu l’esercito austro-ungarico, come conseguenza anche della disgregazione delle strutture politico-militari dell’impero. L’esercito perse infatti circa 30.000 morti e feriti lasciando in mano italiana un numero elevatissimo di prigionieri saliti da 50.000 soldati la sera del 30

ottobre a 428.000 al termine delle operazioni.

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