novembre 29 2017 0Comment

I gas asfissianti

Quello dei gas asfissianti fu uno degli aspetti più tragici della Grande Guerra, la quale provocò un alto tasso di mortalità nei campi di battaglia. Agli albori della Prima guerra mondiale l’uso dei gas risultava proibito dalla Convenzione dell’Aia del 1899 firmata da quasi tutte le nazioni che parteciparono poi al conflitto. Più che del diritto umanitario, o della ripugnanza, a far scartare l’uso dei gas in battaglia nel 1914 (già peraltro usati con successo durante la seconda guerra anglo-boera, tra il 1889 e il 1902) era l’illusione della cosiddetta “guerra lampo”, un conflitto di qualche settimana nel quale l’irrompere delle armate nel cuore del territorio nemico avrebbe comportato la resa. Quando però ci si rese conto che la guerra di posizione, nella quale gli eserciti distanti poche centinaia di metri si trovarono bloccati in ben difese trincee, non sarebbe avanzata, molti paesi presero in considerazione l’utilizzo dei gas, non rispettando l’accordo del 1899.

Contrariamente a quanto viene tutt’oggi narrato da molti storici e scrittori dell’argomento, non furono I tedeschi, bensì i francesi ad impiegare per primi i gas chimici durante la Grande Guerra. Nei primi mesi di guerra verso la fine del 1914, la Francia fece esplodere alcune cariche di gas lacrimogeno ai danni delle truppe tedesche lanciate verso Parigi; ma si trattò di un episodio casuale al quale i francesi non diedero interesse ad una sperimentazione. Cosa questa che invece fece la Germania guglielmina, che iniziò a studiare questo nuovo strumento di offesa. Durante l’assalto e la successiva conquista di Neuve Chapelle, nell’ottobre dl 1914, i tedeschi lanciarono gas starnutente contro i francesi mentre nel gennaio 1915, simili sostanze irritanti fecero la loro comparsa sul Fronte Orientale, ai danni dell’esercito russo; in questo caso, però a causa della temperatura troppo rigida, il gas dopo essere stato lanciato non riuscì a vaporizzarsi completamente. Il primo, però, utilizzo su vasta scala avvenne il 22 aprile del 1915, durante la Seconda battaglia di Ypres, quando i tedeschi attaccarono le truppe francesi, canadesi e algerine con gas di cloro. È con questa data che si stabilì convenzionalmente l’inizio della guerra chimica. A seguito di questa battaglia i morti furono pochi mentre relativamente numerosi furono gli intossicati.

Quali furono però i più pericolosi e mortali gas chimici? Nel periodo della Grande Guerra i gas più diffusi ed utilizzati furono il fosgene e l’yprite.
Il fosgene, tristemente famoso sui campi di battaglia europei, venne scoperto dal chimico inglese John Davy nel 1812, la quale miscelando cloro e ossido di carbonio, lo utilizzò per la preparazione di colori e la colorazione dei tessuti; se respirato, il fosgene poteva provocare la morte in quanto attaccava le vie respiratorie. L’yprite, invece, venne scoperta nel 1860 da un altro chimico inglese, Samuel Guthrie, che mescolò il cloro e lo zolfo ottenendo così solfuro dicloroetile. Nel 1914 il chimico tedesco Meyer mise a punto un sistema per la produzione industriale dell’Yprite. A differenza del fosgene, questo gas provocava ustioni e lesioni alla mucosa degli occhi, delle vie respiratorie e alla pelle (creando vesciche in tutto il corpo); se inalato, svolgeva un azione caustica.
Accanto a queste due sostanze altamente tossiche furono largamente utilizzati anche altri gas, con un minor impatto sulla mortalità dei soldati, come i lacrimogeni ed i gas starnutenti; sebbene provocassero diversi disturbi a livello organico, questi ultimi avevano degli effetti temporanei che non portavano alla morte.

Contemporaneamente alla comparsa dei gas nei campi di battaglia gli eserciti studiarono e svilupparono attrezzature sempre più efficienti per proteggere i soldati dall’insidia della nuova arma; nacquero le maschere antigas. Dal momento che non si conosceva la composizione chimica di questi agenti tossici, spesso le maschere non funzionavano. Questo perché la conoscenza della chimica era talmente scarsa che i soldati furono istruiti, in caso di mancanza di maschere durante un attacco, ad infilarsi un pezzo di pane bagnato in bocca – per simulare il filtro – coprendo poi il viso con un fazzoletto.
Le prime rudimentali maschere adoperate consistevano in una specie di imbuto di tela imbottita da molti strati di garza che copriva solo la bocca e il naso: in caso di necessità il soldato bagnava la garza con una soluzione acquosa di carbonato di sodio e potassio mentre gli occhi erano riparati da normali occhiali da motociclista, che però non garantivano una tenuta stagna a infiltrazioni. Questa maschera quindi non era di grande utilità al soldato; non offriva alcuna protezione agli occhi, dava un forte senso di oppressione e doveva essere in continuazione inumidita poiché il liquido che bagnava la garza evaporava rapidamente ed offriva una qualche protezione solo per i mortali vapori del cloro. Gli italiani elaborarono un nuovo tipo di maschera, potenziata rispetto alla precedente grazie ad un tampone più efficace ed un facciale con lenti di mica che proteggeva dall’azione dei gas poco irritanti, ma che nulla poteva fare contro il fosgene o l’yprite.
In Francia ci si orientò verso maschere con facciale in metallo dotato di occhiali in vetro sotto i quali era avvitato un filtro a base di carbone di legna impregnato di sostanze chimiche, sicuramente più comodo dei filtri a tampone. Ma forse la miglior maschera antigas prodotta durante il conflitto fu senza dubbio quella inglese, chiamata “respirator box”. All’interno del facciale si trovava uno stringinaso, che obbligava così il soldato a respirare con la bocca, mentre una valvola a farfalla, situata sotto il boccaglio, permetteva l’espulsione dell’’aria viziata; un tubo di gomma, infine, collegava la maschera alla scatola del filtro che conteneva carbone attivo e strati di cotone idrofilo impregnato di sostanze neutralizzanti. Simile alla maschera francese era quella utilizzata dall’esercito tedesco ed Austro-ungarico, ma a differenza dei transalpini questa maschera era più pratica in quanto il facciale era in tessuto gommato mentre il filtro aveva le medesime caratteristiche del “respirator box”.

A correlazione delle armi chimiche utilizzate nella Grande Guerra meritano un breve cenno alcuni strumenti utilizzati dalle truppe avversarie durante i primi disastrosi impieghi dei gas, e cioè le mazze ferrate. Queste armi, di costruzione spesso artigianale, vennero utilizzate per finire in maniera silenziosa, all’interno delle trincee, i soldati intontiti dall’azione di questi gas. Sono armi dall’aspetto agghiacciante che hanno spento migliaia di giovani vite. Di queste armi, in seguito, è stato detto che il loro impiego venne giudicato in un certo senso “pietoso”, dal momento che servivano a dare il colpo di grazia a soldati oramai incoscienti o costretti a morire dopo una tremenda agonia.

Si stima che, in Europa, durante la Prima guerra mondiale siano state diffuse circa 50.000 tonnellate di gas: 1.200.000 coloro che ne hanno subito danni perpetui (tra cui moltissimi i ciechi), 85.000 i morti.

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