maggio 09 2016 0Comment

Com’è nata la “Leggenda del Piave”

Ermete Giovanni Gaeta

L’autore e la storia della più famosa canzone italiana della Prima Guerra Mondiale, che nei primi versi ricorda il 24 maggio 1915.

La canzone del Piave, conosciuta anche come La leggenda del Piave, è una delle canzoni patriottiche italiane più celebri della Prima Guerra Mondiale. Scritta nel 1918 dal compositore e poeta dialettale napoletano Ermete Giovanni Gaeta è ancora oggi una delle pochissime canzoni che si ricordano praticamente tutti.
I fatti storici che ispirarono l’autore a comporre La leggenda del Piave risalgono al giugno del 1918, quando l’Impero austro-ungarico decise di sferrare un grande attacco sul fronte del fiume Piave per piegare definitivamente l’esercito italiano, già reduce dalla sconfitta di Caporetto. L’offensiva venne però fermata il 22 giugno dall’esercito italiano, nella “battaglia del Solstizio” (come la chiamò il poeta Gabriele D’Annunzio), che ottenne così una grande vittoria.
La leggenda del Piave nasce quindi in quei giorni del 1918. Incaricato di portare la corrispondenza per il fronte,  Gaeta, nel suo ufficio postale, scrisse di getto le prime tre strofe che, come raccontò lui stesso, gli vennero “dal cuore”. Dopo la battaglia del solstizio, la canzone ben presto venne fatta conoscere ai soldati dal cantante Raffaele Gattordo, napoletano ed amico di Gaeta, con il nome d’arte di Enrico Demma. I versi patriottici e ricercati, la soddisfazione per la grande battaglia vinta, la musica orecchiabile a tono di marcia contribuirono a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all’autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso: «La vostra leggenda del Piave al fronte è più di un generale!». La  canzone verrà successivamente pubblicata da Giovanni Gaeta con lo pseudonimo di E. A. Mario il 20 settembre del 1918, circa quaranta giorni prima della fine delle ostilità.

Il testo e le strofe della canzone

Il testo e la musica, per chi ascolta la canzone, farebbero pensare ad una inno patriottico la cui funzione sarebbe quella di incitare alla battaglia; in realtà i motivi di questa canzone hanno perlopiù un andamento colto e ricercato. La funzione che ebbe La leggenda del Piave nel primo dopoguerra fu quello di idealizzare la Grande Guerra; farne dimenticare le atrocità, le sofferenze e i lutti che l’avevano caratterizzata.

Le quattro strofe, che terminano tutte con la parola “straniero”, hanno quattro specifici argomenti:

Vediamo in dettaglio il tema delle quattro strofe.

Nella prima strofa, il fiume Piave assiste al concentramento silenzioso di truppe italiane, citando la data dell’inizio della Prima Guerra Mondiale per il Regio Esercito italiano, la notte tra il 23 e 24 maggio 1915 quando L’Italia dichiarò guerra all’Impero austro-ungarico. La strofa termina poi con l’ammonizione: Non passa lo straniero, riferita, appunto, agli austro-ungarici.

«II Piave mormorava calmo a placido al passaggio
dei primi fanti, il ventiquattro maggio:
l’esercito marciava per raggiunger la frontiera,
per far contro il nemico una barriera …
Muti passaron quella notte i fanti:
tacere bisognava, e andare avanti …
S’udiva, intanto, dalle amate sponde,
sommesso e lieve, il tripudiar dell’ onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
Il Piave mormorò:
“Non passa te straniero!»

La seconda strofa racconta come, a causa della disfatta di Caporetto, il nemico cala fino al fiume, provocando sfollati e profughi da ogni parte. È interessante notare come, nella prima riga della strofa, la parola “fosco evento” fosse in origine “tradimento”; questo perché si riteneva che il successo austriaco fosse dovuto al tradimento di un reparto italiano anche se poi si scoprì che quel reparto, che aveva resistito,  era stato distrutto.

«Ma in una notte trista si parlò di tradimento,
e il Piave udiva l’ira a lo sgomento.
Ah, quanta gente ha vista venir giù, lasciare il tetto
per l’onta consumata a Caporetto …
Profughi ovunque dai lontani monti
venivano a gremir tutti i suoi ponti …
S’udiva, allor, dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio dell’onde:
come un singhiozzo, in quell’autunno nero
il Piave mormorò:
“Ritorna lo straniero!”»

La terza strofa fa invece riferimento al ritorno del nemico con il seguito di vendette di ogni guerra, e con il Piave che pronuncia il suo “no” all’avanzata dei nemici e la ostacola gonfiando il suo corso, reso rosso dal sangue dei nemici. Benché arricchita di spunti patriottico-retorici, l’improvvisa e copiosa piena del Piave costituì davvero un ostacolo insormontabile per l’esercito austriaco, ormai agli sgoccioli con gli approvvigionamenti e il sostegno di truppe di riserva.

«E ritornò il nemico per l’orgoglio e per la fame,
volea sfogare tutte le sue brame …
Vedeva il piano aprico, di lassù, voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora.
“No! – disse il Piave – No! – dissero i fanti …
Mai più il nemico faccia un passo avanti …”
Si vide il Piave rigonfiar le sponde,
e come i fanti combattevan le onde …
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò:
“Indietro, va’, straniero!” »

Infine l’ultima strofa, in cui l’autore immagina che una volta respinto il nemico oltre Trieste e Trento, con la vittoria tornassero idealmente in vita i patrioti Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro e Cesare Battisti, tutti uccisi dagli austriaci.

«Indietreggiò il nemico fino a Trieste, fino a Trento …
E la Vittoria sciolse le ali al vento!
Fu sacro il patto antico tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro a Battisti…
Infranse, alfin, l’ italico valore
le forche e l’armi dell’ Impiccatore!
Sicure l’Alpi… Libere le sponde…
E tacque il Piave si placaron le onde.
Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò: né oppressi, né stranieri! »

Conclusioni

Durante la Seconda guerra mondiale, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943, il governo italiano adottò provvisoriamente La leggenda del Piave come inno nazionale, in sostituzione della Marcia Reale: questo perché la monarchia italiana era stata messa in discussione per aver consentito l’instaurarsi della dittatura fascista. La canzone del Piave ebbe la funzione di inno nazionale italiano fino al 12 ottobre 1946, quando fu sostituita da Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro.

Le quattro strofe del “Piave” scritte da Gaeta su moduli di servizio dell’amministrazione postale sono oggi conservati nel Museo storico della comunicazione del ministero dello Sviluppo Economico, che ha sede a Roma, all’Eur; oltre al manoscritto del Piave, il museo conserva la scatola di sigari dove Marconi costruì il detector magnetico del 1902, apparecchi telegrafici, timbri, le buche delle lettere del Seicento, una collezione completa di francobolli italiani e di tutto il mondo con i loro bozzetti originali, documenti e attrezzature del servizio postale dal Settecento.

admin

Scrivi un commento o una risposta