novembre 29 2017 0Comment

Armando Diaz

Armando Vittorio Diaz (1861-1928) fu un grande generale italiano, capo di stato maggiore del Regio Esercito durante la Prima guerra mondiale, Ministro della guerra e Maresciallo d’Italia; venne nominato anche Duca della Vittoria.

Di lontane origini spagnole, nacque a Napoli nel 1861. Figlio di un ufficiale di Marina fu avviato giovanissimo alla carriera militare come allievo dell’Accademia militare d’artiglieria di Torino, dove divenne ufficiale. Nel 1884 Diaz prese servizio nel 10º Reggimento di artiglieria da campo e dal 1890 al 1º Reggimento, col grado di capitano. Nel biennio 1895-96 lavorò allo Stato Maggiore, nella segreteria del generale Alberto Pollio, e nel 1899 venne promosso Maggiore comandando il 26º Reggimento fanteria. Divenne nel 1905 Tenente colonnello dove passò alcuni anni alla Divisione di Firenze come capo di Stato Maggiore. Cinque anni dopo, durante la guerra italo-turca, comandò il 21º fanteria e l’anno successivo il 93º Reggimento fanteria in Libia.
E veniamo alla Prima guerra mondiale.
Alla dichiarazione di intervento, nel 1915, Luigi Cadorna lo nominò Maggior Generale come addetto al comando supremo del reparto operazioni. Nel giugno dell’’anno dopo Diaz chiese di essere destinato a un reparto combattente. Venne quindi promosso tenente generale di divisione dove gli fu affidato il comando della 49ª Divisione nella 3ª Armata; nell’aprile del 1917 assunse il comando del XXIII Corpo d’armata.

La sera dell’8 novembre 1917, a seguito del tragico episodio di Caporetto, Diaz fu chiamato, con Regio Decreto, a sostituire Luigi Cadorna nella carica di capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano. Recuperato quello che rimaneva dell’esercito italiano dopo la disfatta di Caporetto, Diaz organizzò la resistenza sul fiume Piave e sul monte Grappa decentrando diverse funzioni ai suoi sottoposti (traendo gli opportuni insegnamenti dall’esperienza di Cadorna) e riservando per sé un compito di supervisione generale. Gli uomini schierati sul monte Grappa poterono così approfittare delle grandi opere d’ausilio, fatte erigere già da Cadorna all’indomani della Strafexpedition, in previsione di una disfatta simile a quella verificatasi a Caporetto.
A differenza di Cadorna Diaz aveva una visione più realistica e moderna della condotta della guerra. I continui allontanamenti dei comandati, avvenuto sotto il generale Cadorna, avevano di fatto favorito la salita di grado di ufficiali giovani all’interno dell’esercito creando un ambiente pronto ad accettare i radicali cambiamenti che Diaz aveva in mente di attuare.
Quella attuata da Diaz fu una vera “riforma” dell’’esercito; vediamo di cosa si tratta.
Il nuovo Comando supremo dell’esercito fu meglio organizzato Grazie alla fiducia data ai collaboratori e ai sottoposti. Inoltre fu favorita la cooperazione e lo spirito di squadra venendo attribuite ad ognuno responsabilità concrete e definite. Il servizio informativo dell’esercito venne potenziato, dal momento che questo era un elemento decisivo nella pianificazione delle operazioni.
Diaz si occupò personalmente di mantenere buoni i rapporti con il re e con il governo Orlando, riconoscendo la necessità di una stretta collaborazione fra le forze politiche ed l’esercito.
Sul piano militare sia Diaz che Badoglio cercarono, con discreti risultati, di migliorare l’addestramento della fanteria italiana e di svilupparne l’armamento. Sotto Diaz furono sperimentati i primi moschetti automatici, distribuite le migliori maschere antigas di fabbricazione inglese, avviata la progettazione dei primi carri armati Fiat 3000 ed inoltre potenziata l’aviazione. Venne potenziata l’artiglieria e riorganizzato il corpo degli Arditi.
Ciò che a Diaz però stava più a cuore, erano i soldati.
Diaz infatti dedicò molta cura a migliorare il trattamento dei soldati onde guarire i guasti del morale dei reparti. La giustizia militare rimase severa ma furono abbandonate le pratiche più rigide, prima tra tutte la decimazione. Venne migliorato il vitto e l’allestimento delle postazioni, furono introdotti turni più brevi da passare in prima linea, fu migliorata la paga e le licenze furono aumentate per frequenza e durata. Ma il progetto di “riforma” militare attuato da Diaz andò oltre.
Con la collaborazione del ministro del Tesoro creò una polizza gratuita d’assicurazione di 500 lire per i soldati e di 1.000 per i graduati. Venne disposto, per questioni di tassazione, che i feriti e i malati dimessi dagli ospedali militari dovessero rientrare ai reparti d’origine, anziché essere destinati dove capitava, questo per aumentare l’affiatamento tra i soldati.
Alle unità che scendevano dal fronte venne assicurato un riposo effettivo, alloggi confortevoli e possibilità di svago con lo sviluppo di centri ricreativi, spettacoli e manifestazioni sportive. Fra le risorse messe in campo per reagire alla disfatta e riarmare lo spirito dei soldati, Diaz fece ricorso ad intellettuali e artisti scelti fra i soldati competenti nella redazione dei giornali di trincea, vignette, manifesti propagandistici e cartoline; questo per curare il morale ed intrattenere le armate impegnate nella difesa del Piave e i soldati nelle retrovie.
Queste “truppe intellettuali” trovarono identità e voce nel servizio P (Propaganda). Il servizio P, oltre a promuovere lo spirito patriottico, attraverso la psicologia, la pedagogia e soprattutto la retorica, migliorò la censura soprattutto per i giornali, a volte redatti dai soldati dei piccolissimi reparti; qui il fante aveva l’opportunità di leggere e immedesimarsi nelle vignette divertenti, fatte spesso da uomini che conosceva.

Diaz, come abbiamo visto, con le sue riforme diede un nuovo impulso all’organizzazione sia militare che per quanto riguarda il lato umano delle persone. Grazie a questo sistema nell’autunno del 1918 Diaz poté guidare le truppe italiane alla vittoria, nello scontro tra le 51 divisioni italiane – assistite da 1 reggimento statunitense, 1 divisione cecoslovacca, 2 divisioni francesi e 3 divisioni britanniche – contro le 73 austriache. Il piano di Armando Diaz non si basava su attacchi frontali ma sull’assalto al nemico in un punto solo, Vittorio Veneto. Il capo di Stato Maggiore attirò i rinforzi austriaci lungo il Piave con una manovra diversiva facendo credere al nemico che quello sul fiume fosse il luogo dell’attacco principale, e impedendogli così di agire a causa della piena.

La controffensiva portata avanti nella notte tra il 28 e 29 ottobre del 1918 spezzò il fronte dell’’esercito nemico la quale il 4 novembre capitolò; per questa storica occasione Diaz stilò il famoso Bollettino della Vittoria con la quale comunicò la rotta dell’esercito nemico ed il successo italiano. Al termine della guerra Diaz venne nominato dal re senatore del Regno. Nel 1918 gli venne assegnato il titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Equestre per il Merito Civile e Militare mentre l’anno dopo venne nominato Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata e infine Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Militare di Savoia assieme a molte altre onorificenze straniere.
Nel dicembre del 1921, con Regio Decreto motu proprio, Diaz venne insignito del titolo di Duca della Vittoria.
Andando contro il parere di Pietro Badoglio, Diaz sconsigliò, nel 1922, una soluzione militare della crisi innescata dalla marcia su Roma. In seguito entrò a far parte del primo governo Mussolini su imposizione del re Vittorio Emanuele III che intendeva in questo modo porre nel governo una figura di prestigio e lealmente monarchica. Assunto l’incarico di Ministro della Guerra varò la riforma delle forze armate partecipando anche alla realizzazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale che faceva  capo direttamente a Benito Mussolini.
Il 30 aprile del 1924, terminata l’esperienza governativa, Diaz si ritirò a vita privata.
Nel medesimo anno venne insignito, insieme al generale Cadorna, del grado di Maresciallo d’Italia, istituito espressamente da Mussolini per onorare i comandanti dell’esercito nella prima guerra mondiale.
Armando Diaz morì il 29 febbraio del 1928 a Roma. Inizialmente venne sepolto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri mentre ora riposa nel cimitero di Oliveto Sabino nel comune di Torricella in Sabina.

«Non mi faccio illusioni su me stesso,ma posso dire di avere avuto un merito:
quello di equilibrare le forze e gli ingegni altrui, di far regnare la calma fra i miei generali e la fiducia fra le mie truppe. Sento che questa è la mia caratteristica».
Armando Vittorio Diaz

admin

Scrivi un commento o una risposta