giugno 23 2018 0Comment

1906 – 1912 – Un leone fra Brenta e Cismon

Nell’interessantissimo libro di Luca Girotto intitolato ‘1906 – 1918 Un leone fra Brenta e Cismon’, l’autore dopo aver descritto attentamente e dettagliatamente il periodo di progettazione e costruzione del forte Leone passa a raccontare la parte storica, quella cioè in cui vi sono stati gli avvenimenti di guerra ed in alcuni passi propone alcuni brani di diari del personale militare coinvolto nella zona come in questo caso in cui Antonio Gardelin della 148° compagnia del btg. Monte Pavione descrive i giorni precedenti ai fatti della presa della fortezza, riportando alcuni spostamenti e le scaramucce con le truppe austriache in avanzata:

Alle 18 del giorno 9 la compagnia ebbe l’ordine di marciare verso il forte di Cima Campo (nord di Primolano). La marcia fu un po’ ostacolata dal nemico, che aveva lanciato delle piccole pattuglie al nostro inseguimento e in due occasioni fece fuoco a raffiche dal bosco che fiancheggiava la mulattiera. Il caporale Torriani fu nella seconda imboscata ferito (…) e, in quanto intrasportabile, dovette essere abbandonato agonizzante presso un fienile. Si giunse a Cima Campo verso le 12 del giorno 10. In questo giorno niente si ebbe da parte del nemico, ma il giorno 11 verso le 13 il sottoscritto, che comandava la sezioni mitragliatrici austriaca, ebbe l’ordine dal comandante di compagnia, tenente Zaupa sig. Giuseppe, di recarsi al Col Ballestrina posto sulla strada che conduce a Castel Tesino, a dare il cambio con un’arma ad un’arma Pistola-Fiat. Lungo la via, a circa una mezz’ora dal forte, incontrò il plotone di esploratori del tenente Arban sig. Antonio che disse esserci delle forti masse nemiche che s’avanzavano. Mostrato l’ordine proseguì assieme al plotone esploratori. Dopo circa 5 minuti infatti s’incontrò una pattuglia austriaca; il plotone andò alla baionetta e ne ferì ed uccise alcuni. Il sottoscritto, avendo constatato che la strada era sbarrata, si ritirò e s’appostò nella boscaglia. Solo ufficiale e con pochi uomini, il sottoscritto domandò inutilmente rinforzi, richiese pure munizioni e gli si rispose non essercene. Finalmente gli fu mandata un’arma della sezione Pistola-Fiat (…) e l’ordine di abbandonare la posizione solo nel caso s’avanzassero numerose forze nemiche, ripiegando in buon ordine su Fastro (strada Primolano-Feltre); ma dopo un’ora l’intero plotone venne richiamato a Cima Campo: arrivato presso l’opera si video gli uomini che si trovavano nelle trincee che si ritiravano nel forte; domandato il perché venne risposto avere gli austriaci piazzato una mitragliatrice alle spalle sì da rendere impossibile il tenere la posizione ed avere gli austriaci in parte già occupato le trincee. (…) Noi ritirati ci unimmo al resto della compagnia con gli esploratori e ci schierammo nel fossato attorno al forte. Durante la notte facemmo ripetute scariche verso il nemico che cercava di portarsi sotto ai nostri reticolati, che non erano ancora finiti. Rendo noto che si sentiva la mancanza di munizioni e che mancavano razzi e bombe. Alla mattina del 12 il nemico, verso le 7, aprì un fuoco d’artiglieria molto vivace e forte contro le nostre trincee e cupole del forte; per di più le mitragliatrici tenevano le nostre posizioni sotto un fuoco vivace e noi cominciammo ad avere i primi colpiti. (…).

Continua raccontando le vicende della mattina del 12 il ‘Garbarino’, un ufficiale irredento abbandonò il Forte e ricorda la vicenda e i fatti delle ritirate un suo sottoposto, il caporale mitragliere Pietro Secco:

(…) Il ten. Garbari stava sempre colla sua Sezione mantenendo un contegno calmo e sereno, oppure in compagnia del Ten. Arban sig. Antonio, comandante del Plotone Esploratori, del quale era amicissimo. Nella mattina del giorno 12 le nostre armi cominciavano a sparare bersagliando dei forti nuclei nemici d’avanguardia che si erano avvicinati a circa trecento metri da noi, mentre l’artiglieria avversaria sparava da Grigno e da Celado. Il Ten. Garbari era un po’ inquieto, pur mantenendo un contegno mirabile d’energia e di coraggio: nelle prime ore del mattino era stato chiamato dal Maggiore Olmi (comandante di Battaglione) al forte, che l’aveva autorizzato, anzi consigliato, a ritirarsiprima che l’accerchiamento fosse compiuto. Verso le ore 16, sempre del giorno 12, veniva chiamato nuovamente e persuaso a partire dato che il suo sacrificio sarebbe stato inutile; ed allora si dirigeva verso il Colle di S. Gallo dove si trovava la 95° compagnia ed altri reparti del battaglione che si erano ritirati dalla linea Cima Campo – Col Perer. Io che mi ero ritirato più tardi con altri soldati della Sezione, quando il forte era già caduto, ritrovai il nostro ufficiale a Cismon. (…)

Girotto poi continua raccontando con le parole del sottotenente Ghirardi, del ricongiungimento di alcuni uomini scampati alla cattura del forte Leone assieme al ten. Feruglio:

(…) Alle 5 di sera il fuoco delle mitragliatrici cessò: intesi pallottole tagliare l’aria sopra il mio capo e di lì a poco un rumore come di frana giù per la ghiaia. Giungevano affamati, stanchi, instupiditi, i pochi superstiti del Forte; indi. in buon ordine, la mia compagnia. Tutto lo Stato Maggiore del Battaglione compresa la 148° Compagnia, e il signor maggiore Olmi, che stoicamente sfidando il pericolo in cui aveva quasi la certezza di cadere incuorava per tutto il giorno alla resistenza, erano stati fatti prigionieri. (…)

Il racconto poi prosegue anche con il punto di vista del nemico e termina con il ricordo del maggiore Roberto Olmi che tornando dalla prigionia testimonierà quanto segue:

(…) Verso le 14.00 si intensificò il tiro di artiglieria (…) contro la cima. Ridussi la difesa all’interno del fabbricato ritenendo inutile tenere fuori truppe senza più cartucce, e col solo scopo ormai di ritardare il momento doloroso della resa (…). Dalle finestre diroccate, dal tetto dell’opera e dal cancello al pianterreno del forte fu tenuto testa fino alle 16.00 alla furia del nemico che assaltava insultandoci per farci arrendere.

Il maggiore Roberto cav. Olmi

(…) Alle 16.00 non avevamo quasi più una cartuccia, e nemmeno una bomba. Seguì da parte nostra un silenzio tragico: gli alpini (…) erano disperati (…). Verso le 17.00 si udì un poderoso scoppio (…) preceduto da un bagliore enorme (…). Era saltato il forte di Primolano, segno quindi che erano sfilati gli ultimi reparti ripieganti verso il Grappa. Il nostro compito era assolto, ma la ritirata ci era ormai preclusa. Deciso a tentare di aprirmi ugualmente un varco per non cadere in mano al nemico, mi recai sul rovescio del forte, tenendo pronti (…) i pochi alpini disponibili (…).

Ma proprio in quel momento (il nemico, n.d.A.) irrompeva nella spianata del fronte di gola dell’opera gettando bombe di qua dal cancello e bloccando il cancellocontro il quale essi avevano già piazzato le mitragliatrici (…).

(…) Risalito al primo piano mi affacciai alla finestra ed unitamente all’aiutante maggiore S.ten. Dulbecco scaricammo i nostri moschetti sulla folla dei nemici che urlavano sul piazzale cercando di abbattere il cancello. Feci distruggere l’apparato telefonico, bruciai tutte le carte riservate e quando l’unica soluzione rimase quella della resa o di ordinare l’accensione delle micce che dovevano far brillare il forte, non ritenendomi autorizzato dalla mia coscienza di immolare la vita di cento prodi che fino a quel momento avevano fattotutto il loro dovere (…) li ringraziai a nome dei loro compagni che il loro sacrificio aveva salvati. Indi ordinai la resa (…).

Lo stesso Olmi, allegò poi al rapporto appena scritto un biglietto con scritto:

Con il sottoscritto Magg.re Olmi cav. Roberto, caddero prigionieri altri dodici ufficiali, segnatamente te, Zaupa sig. Giuseppe, ten. Arban sig. Antonio, ten. Rossi don Aldo, ten. Testa sig. Giacomo, ten. Dami dr Aurelio, s.ten. Dulbecco sig. Amedeo, s.ten. Marchetti sig. Ottavio, s.ten Gardelin sig. Antonio, s.ten. Colbacchini sig. Antonio, s.ten. Campigli sig. Gino, asp.te Lovisetto sig. Guido, asp.te Terenzio sig. Giuseppe.

Dalle testimonianze che Girotto ci riporta nel suo studio, si comprende una linea comune nella visione dei fatti con sfumature personali sui dettagli, visione che potrebbe essere stata data dal forte stress di quei momenti. La visione degli eventi dell’ufficiale tenente Giacomo Testa del Genio minatori ci fa anche capire le ragioni del mancato brillamento dell’opera di Cima Campo:

(…) verso le 15.00 molti alpini si erano ormai rassegnati alla resa e vagavano nei corridoi badando solo a stare lontano dalle feritoie. Un sergente mi riferì che aveva esplicitamente detto al ten. Arban che non c’erano più speranze e che era il caso di far innalzare bandiera bianca, ma l’ufficiale gli aveva puntato contro la pistola minacciandolo (…) anche se poi aveva ammesso che non si poteva più fuggire perché il nemico aveva preso anche Col Mangà e rimanevano solo i salti di roccia verso il Brenta. Altri alpini, che mi dicevano di avere le famiglie e le case nei paesi sotto il forte volevano invece continuare a resistere e avevano portato le due mitragliatrici-pistole davanti alle cupole per fermare i nemici che stavano spostando i cavalli di Frisia sulla sinistra del fossato. Ma avevano pochissime munizioni perché i muli della sezione erano stati bloccati sulla strada di Col Mangà. (…) Io avevo già predisposto gli inneschi delle cariche nella batteria: i genieri su mia istruzione minato ogni singolo pozzo, le riservette e anche la camera del compressore; nella caserma avevo fatto preparare le cariche di demolizione al magazzino della balistite, al generatore, all’ufficio comando ed in una camera ogni 3. (…) Alle 15.45 cercai il maggiore Olmi, responsabile della difesa, per annunciare l’operatività del dispositivo e chiedergli l’ora nella quale procedere alla demolizione per far radunare nel cortile di gola gli uomini ed evacuarli onde evitare vittime inutili. Assieme ad altri ufficiali dello Stato maggiore del battaglione alpino, , trovai il maggiore nel corridoio superiore, semisommerso dal fumo, mentre bruciava i carteggi. Alle mie parole rispose quasi adirato, chiedendo se volevo “far saltare tutti in aria” poiché dal forte non potevano uscire e che aveva già fatto abbastanzo sacrificando mezzo battaglione per tenere la strada libera nella valle. (…) Mi ordinò quindi di radunare i miei uomini al pianterreno e di preparare le mie cose nascondendo i valori e bruciando i documenti riservati. (…) Quando uscimmo nel cortile, a causa del buio mi accorsi tardi che il cancello era già aperto e che gli alpini si erano già mescolati agli austriaci. Non vidi ufficiali nemici, ma un Oberjager mi intimò a gesti di lasciare a terra moschetto e cinturone e di seguirlo fuori dal fossato. Incolonnati ed incamminati che fummo verso Castel Tesino, dal forte si levavano ancora di quando in quando degli spari ed il collega ten. Zaupa si rammaricava perché era sicuro che non tutti fossero stati avvisati della capitolazione. (…)

Queste, le voci silenziose giunte fino a noi, degli uomini del battaglione Monte Pavione e Val Natisone ci vengono portate e conservate a testimonianza di quei momenti drammatici vissuti dai nostri nonni e bisnonni.

Il libro di Luca Girotto, ripercorre quei giorni, dalla decisione della costruzione del forte, all’erezione stessa della struttura, all’armamento, ai fatti di guerra e termina con una guida ai ruderi che oggi possiamo vedere, attualmente in fase di restauro.

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